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La poesia rivela questo mondo; ne crea un altro. Pane degli eletti; alimento maledetto. Isola; unisce. Invito al viaggio; ritorno alla terra natale. Inspirazione, respirazione, esercizio  muscolare. Preghiera al vuoto, dialogo con l’assenza: si alimenta di noia, di angoscia e di disperazione. Orazione, litania, epifania, presenza. Esorcismo, scongiuro, magia. Sublimazione, compensazione, condensazione dell’inconscio.”  

Un estratto del pensiero di Octavio Paz su ciò che significa poesia.  

Eppure in Italia non si compra, non si legge. A fronte di tre milioni di poeti arriviamo a malapena a mezzo milione di copie vendute annualmente, e sul totale delle stampe le opere in versi non raggiungono il 6%. 
Izet Sarajlić consigliava ai ragazzi di non avere fretta di fare i poeti, di restare quanto più a lungo possibile nella fase prepoetica, perché la poesia sono le disfatte.  

Noi abbiamo deciso di rimanere in questa fase – quella prepoetica, di scavare in ciò che viene prima, mettendoci in ascolto di ciò che viene dopo – i poeti, la poesia. Parleremo di poesia,  ascolteremo chi dorme alla sua ombra, chi percorre le sue strade. Ci impegneremo a dare voce ad autori italiani da tutti i cantucci, ai loro universi. Vogliamo riattivare un dialogo sulla poesia.  

Come? Bussando alle porte dei poeti, attraversando l’Italia e ricreando uno spazio in cui  possano risuonarne le voci. Una comune dimora: dar loro una casa.  

Aldo Palazzeschi scriveva (1910):  

Infine, 
io ho pienamente ragione, 
i tempi sono cambiati, 
gli uomini non domandano più nulla dai poeti.  

Abbiamo deciso di farlo noi (2020).

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