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-Topie

Utopie, Eterotopie, Distopie…

Milioni di Soli

Fermati con me questo giorno e questa notte e possiederai l’origine di ogni poesia.
Possiederai il buono della terra e del sole – ci sono ancora milioni di soli.


– Walt Whitman

Scoprii la bellezza in un campo di papaveri. Avevo otto anni. Dalla scuola camminammo per un tempo infinito, finché il paese si sciolse e arrivammo in un bosco con un piccolo sentiero. I miei compagni erano tutti un riso e un tirare, per la gita fuori porta, ma io non riuscivo a non pensare a una poesia che avevamo letto poco prima di uscire dalla classe, una poesia che non riuscivo a capire, che non riesco tutt’ora a ricordare, ma che mi aveva scaldato le ossa in un modo che mi rimase come un fugace minuto di sole in una fredda e ombrosa giornata invernale.
Fu la prima volta che mi divisi quasi conscio di quello che stava succedendo. Una parte di me era con i miei compagni, in quel sentiero circondato dagli alberi, a giocare e a ridere; un’altra non riusciva a staccarsi dal canto degli uccelli e degli insetti, dalla luce che filtrava nel punto in cui gli alberi si sfioravano sopra le nostre teste, dai riflessi. Non sapevo dove fossimo. Seguivamo gli insegnanti, nel mistero della fiducia. Scoprii la bellezza quando d’improvviso anche il boschetto si sciolse e davanti a noi, appena dopo l’ombra, apparve un immenso campo di papaveri sotto un sole di mezzogiorno. Ricordo i bambini corrervi in mezzo e riempirlo di grida e sparire dietro a fiori ed erbe più grandi di loro. Io vi passeggiai piano, intimorito da qualcosa, cercando di tenere tutto nello sguardo.
Seguimmo un fossato, camminando nella terra e nell’erba alta, fuori da ogni sentiero. Non sapevamo dove stavamo andando, gli insegnanti non ci informarono di nulla. Alberi alti e secchi. Terra umida, scarpe fraciche. Arrivammo poi in un grandissimo prato che si apriva d’improvviso dietro a un campo. L’erba era pulita, bassa, curata. Ovunque piccoli alberi da frutta. Non sembrava un posto reale. Eravamo arrivati.

Quando mi voltai la ragazza era ancora lì, stesa sul letto, con la testa sopra un cuscino azzurro. Ciò che restava del campo di papaveri (parole che potrei dire senza vergogna fossero molto più autentiche di queste) era finito sulla lavagna bianca. Forse si era addormentata mentre scrivevo – su ogni piccola guancia si vedevano i segni arrossati che sintetizzavano le differenze di entrambi i mondi – ma ora era sveglia e mi osservava. Disse che avevo uno sguardo che faceva paura, mi chiese cos’era successo. 

 

Era successo che nei suoi occhi avevo visto chiaramente che lei sarebbe stata la mia fine. Glielo dissi; male, ma glielo dissi. L’amore – diceva Roland Barthes – rende chiaroveggenti, ma questo forse lo sto scrivendo soltanto perché suona bene; la chiaroveggenza, il mondo nuovo, la città, si tengono sul filo azzurro dell’illusione – con la luce giusta o sbagliata il filo è invisibile. Scoprii l’amore nella differenza. Nella forma del viso e nella qualità della pelle di una ragazzina che dimostrava ciò che avrei potuto essere, sia nel passato, sia nel futuro, sia in un altro presente. Scoprii me stesso nello specchio quando ancora ero bambino, in un mattino d’inverno. M’intravidi a venticinque anni. Il ragazzo mi osservava con respiro calmo, e un sorriso mezzo compiaciuto. Alle sue spalle una città di pietre bianche. Non gli chiesi nulla, anche se so che avrei potuto. Mi chiesi, nel pieno del giorno, quando avevo nove anni, se il cielo azzurro non fosse altro che un mondo a rovescio così vicino da non poterlo nemmeno distinguere. Prima o poi ci sarebbe caduto addosso; forse era già successo. Scoprii la sensazione del destino guidando in luogo in cui non avrei dovuto essere, con qualcuno che come me non avrebbe dovuto essere lì. La ragazza al mio fianco (la guardavo come una rivelazione) non si accorse di nulla. La sensazione del rimpianto mi fece scrivere. Riscrivere. Imparai e persi. Distrutto, capii coi muscoli ciò che mi ripetevo in fantasie – il tempo né si riavvolge, né si comanda; le parole possono solo contenere sé stesse. Allora scrissi di nuovo. Il tema di questo mese è -topie. Utopie, ucronie, eterotopie. Ovvero l’esercizio dell’immaginazione. La facoltà d’immaginare altri mondi è l’unico modo per abitarli o esorcizzarli. La letteratura tutta nasce da una possibilità, dall’indagine della possibilità. Ma non c’è letteratura senza àncora nel reale. Non c’è -topia senza un saldo riferimento al presente, senza rifiuto dell’attuale, senza confronto. Non c’è dialogo senza distanza. Non c’è reale senza il suo superamento o la possibilità del divenire. Bentornati su Coye.

Filippo Ferraresi – Direttore Editoriale

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