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#Mythos

Non si può sapere nulla, ma in ascolto si può sentire ogni cosa.

La ragazza non sa che dall’isola circondata di acque terse, scintillanti di riflessi di sole, tutto cambierà, e che quello che le sta accadendo è accaduto per milioni di anni. Non sa e non lo vuole sapere, e se glielo dicessi ti guarderebbe di sbieco dall’ombra di un frutteto accanto alla spiaggia come una a cui importa solo del reale, di ciò che c’è, ed avrebbe ragione e tu saresti solo uno sciocco. Ogni dolore conta davvero solo quando sta accadendo, non nella sua premonizione e non nel suo ricordo.
La ragazza non sa che mentre il suo sguardo si perde sulla distesa d’acqua fino all’altra costa che pare già un animale nascosto da una coperta buia, non sa che dall’isola tornerà diversa, che l’aspetta il cambiamento. Ma se ascolta bene può sentire un brontolio, un’inquietudine crescerle come un fungo nello stomaco. Di là, appena di là, oltre le acque, l’aspetta un modo d’amare che non ha mai conosciuto prima (eppure era così sicura, tutto era così sicuro; guarda l’uomo che l’ha accompagnata fin qui e non riesce a capacitarsi che tutto cambierà); e se compirà la scelta si scatenerà una guerra: due mondi che prima s’ignoravano, o si osservavano in silenzio e rispetto, animali insonnoliti, si scontreranno senza pietà alcuna. Non sa che l’aspetta una disfatta. Se glielo dicessi scoppierebbe a ridere, e avrebbe ragione. Spera. E la speranza la rende bellissima, le scintilla nei capelli, le accende i colori degli occhi. Spera. E la speranza le darà l’unica forza per andare di là, nella storia che si ripete da millenni e non lo sa nemmeno, l’unica forza che la renderà viva.
Il mito si ripete. Il canto, il racconto, si ripete dopo migliaia di anni, anche se lei non sa di chiamarsi Elena, non sa cos’è la furia degli Dei e dei loro figli: la può sentire però, se ascolta bene è incisa dentro di lei da sempre.
Il mito è il racconto. È la lavorazione attraverso il tempo dei saperi più profondi di un pezzo di umanità. Il loro modo di trasmettere ciò che è giusto odiare, ciò che è giusto amare, un degno modo di vivere e un degno modo di morire, il funzionamento del cielo e della terra e dei mari, dello spirito e del corpo, delle gerarchie più antiche, delle piante, dell’amore. Nel mito c’è anche ciò di cui si vergogna quel pezzo di umanità, c’è la sua coscienza, il suo specchio. Il mito è quindi il seme della letteratura: il racconto del reale prima della sua definizione.
Con la furia della definizione (finis, confine) noi occidentali abbiamo tagliato un legame antichissimo con le leggi dell’universo. Non tutto è stato spiegato attraverso le scienze, e probabilmente non lo sarà mai, bloccate dal principio di non contraddizione nonostante si sappia che la contraddizione è inevitabile. Lo strumento più antico per ricostruire le leggi delle cose senza disgregarle, senza dar loro confini che le facciano più strette pur di farle combaciare a teorizzazioni perfette e quasi incontrovertibili, lo strumento più antico in grado di accogliere quindi la contraddizione, l’eccezione come esempio e prova e ricchezza, è il racconto. Nel racconto la realtà è riportata per quella che è, senza perdere nulla, o anzi, la realtà può essere mostrata in forme maggiori, come sotto una sorta di lente d’ingrandimento, attraverso l’abilità del narratore, attraverso la forma del fantastico solo per dirne una.

Abbiamo dimenticato come le leggi del mito ci parlino di una realtà più incantata della nostra, una realtà in cui il vento e il sole e la morte e la fortuna hanno azioni forti, leggi proprie che non sono inscrivibili in una frase definitiva, ma che hanno conseguenza vera, visibile, e spesso guardiamo queste manifestazioni con noncuranza, dubbio, sospetto, o rivestiamo il tutto con l’epiteto di scaramanzia. Vivere in un mondo incantato però, può ristabilire un contatto presente, attento, in ascolto, delle forze che muovono le cose e gli eventi, anche aldilà delle definizioni chiuse della nostra società.

Siamo esseri fortemente legati ai miti. Da quelli più antichi di ogni società, che hanno catalogato tutto lo scibile delle manifestazioni dell’uomo, fino ai miti contemporanei, al nostro bisogno di creare modelli, mitizzare uomini e bestie, avvenimenti sportivi, brand. Come Micheal Jordan, Kobe Bryant, Adam Ondra, Messi, Steve Jobs, Roger Federer, Ernest Hemingway, e altri uomini in grado di spostare i limiti della nostra specie, del nostro pensiero, in grado di realizzare ciò che prima di loro era ritenuto impossibile, ingiusto, impensabile, in grado di aprire una via. Oppure come il culto di
Apple, solo per fare un esempio, che mostra una chiara assenza della coltivazione del mito nella nostra società, una lacuna che siamo costretti a riempire con le uniche creature invisibili, impalpabili, ma la cui azione è vera, inequivocabile, decisiva, il cui premio è l’appartenenza, il senso di comunità, l’agorà, il teatro, nell’attesa in fila per ore per un nuovo modello, per avere in cambio di denaro un pezzo della divinità.

Fino al bambino, nel buio della sua cameretta, cogl’occhi incollati alla televisione o a un ricordo, intento a vestirsi come lui, intento a mitizzare quel ragazzo di qualche anno più grande, così robusto, così abile, così bello, che ha tutto quello che il bambino vorrebbe e non ha, col segreto desiderio di ottenere da lui tutto l’ottenibile, che se lo guarda ancora un po’, ancora un po’, se lo studia un po’ meglio forse un giorno gli somiglierà.

Eccoci. Questo mese le nostre rubriche si sono mosse indagando il mito, in tutte le sue declinazioni e possibilità. Abbiamo indagato questo fenomeno che ha dato origine alla narrazione, che ha dato inizio alla letteratura, alle arti, alla trasmissione della conoscenza, ponendo domande, ascoltando ipotesi, cercando.

Insomma, benvenuti in questo nuovo capitolo.

Ci sarà da divertirsi.

Questo è COYE.

Filippo Ferraresi – Direttore Editoriale

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