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# La Penna Uccide

Cos’è, allora, la scrittura di qualità? Be’, quello che è sempre stata: saper infilare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è fondamentalmente un mestiere pericoloso. Correre lungo il bordo del precipizio:da una parte l’abisso senza fondo e dall’altra i volti amati, i volti amati sorridenti, e i libri, e gli amici, e il cibo. E accettarlo, anche se talvolta può pesarci addosso più della lastra tombale che copre i resti di ogni scrittore morto. La letteratura, come potrebbe dire un canto popolare andaluso, è pericolosa.

Roberto Bolaño, 

discorso del 2 agosto 1999 per il Premio Rómulo Gallegos

Quando dissi a mia madre che volevo fare lo scrittore pianse. Era una mattina d’autunno, ma poteva essere anche un pomeriggio dalla luce bianca, e stavamo seduti al tavolo della cucina. Lei si era alzata per un attimo, e io le dissi col capo leggermente chino che avrei abbandonato quella che sembrava essere una promettente carriera nel campo delle scienze psicologiche per darmi esclusivamente alla scrittura. Avevo 23 anni. Pianse, e tra i singhiozzi e le dita umide mi chiese perché, perché volevo morire in un modo così infame.

Capii che volevo fare lo scrittore in una notte d’estate. Tornavo dalla casa di una ragazza che pensavo di amare e che pensava di amarmi ed ero nel bel mezzo del nulla. In lontananza il terzo campanile più alto d’Italia col suo angelo blu (che più d’una volta fu colpito da fulmini e cadde a terra lasciando leggerissime cicatrici sul selciato e profonde su di sé), con un sottobosco di case basse e luci piene di sonno. Feci la rotonda, e sotto a una luce arancione prima di tornare tra i campi di mais e terra arsa, capii che l’unica cosa che sapevo fare nella vita, l’unica che mi aveva accompagnato da sempre, era la scrittura, e poco importava il resto e tutto quello che sarebbe venuto dopo. In quell’istante, per quanto possa contare, avevo deciso che per la letteratura avrei sacrificato qualsiasi cosa, e la sensazione di navigare nel buio, solo, alla ricerca quieta, ancora per nulla disperata, personale, di un qualcosa che si materializzasse nella forma della letteratura, di un’urgenza che mi aveva invaso le vene da tempo, da più tempo di quanto potessi immaginare e che in quel momento avevo accettato, quella sensazione di navigare nel buio fu una delle più leggere e sottili della mia vita, forse perché effettivamente stavo scivolando nel nulla tra le campagne e d’improvviso l’ingombrante scatola vuota di una carriera universitaria mi era scivolata via dalle spalle (per tenermi solamente il peso di un sole sulle mani e sugli occhi, così leggero da non essere misurabile ma soltanto intuibile – così flebile da essere in grado di schiacciare ogni cosa, un po’ come il peso di Dio è il peso di un’assenza), fu una sensazione così bella che mi confermò che era tutto giusto, che la luce della città era ancora lontana, che sarebbe stata una battaglia verso ogni cosa per cercare paradossalmente di distruggermi pur di capire, di avvicinarmi, fatta di tregue e sospiri e carezze come quando ci s’innamora e si aspetta l’altro, l’altra, all’angolo di una strada piovosa o lo si vede andar via e si resta con lo sguardo a bagno in un ricordo – un profumo di cui ormai non si può far a meno, un modo di muovere la bocca e dire le parole come fossero gianduia o caramelle, un’ipnosi. 

La retorica degli ultimi anni, e forse non solo, in materia di scrittura, dichiara spesso che si tratti di un’attività nobile, bella, in grado di elevare anima e spirito, avere effetti catartici, liberatori, terapeutici addirittura, se non pure proprietà balsamiche. Tutto ciò senza perdere la storica idea che la scrittura non sia un lavoro, ma questo discorso aprirebbe mondi che non abbiamo il tempo di scandagliare con precisione. Non è, insomma, difficile trovare online articoli su “La scrittura come benessere”, “La scrittura come superamento del dolore”. 

Ma la scrittura, è bene non dimenticarlo, è una disciplina spietata, autolesionistica, totalmente inutile se non in rarissimi casi e spesso dopo anni o decenni. La letteratura è pericolosa. Deve esserlo, se non vuole essere solamente l’esercizio di una dote quasi elementare, se ha in sé l’ambizione della qualità. La scrittura è l’esercizio del pericolo. È una dannazione sotto forma di gesto, è la possessione di un Dio, qualcosa da cui Platone si guardava bene perché non è totalmente razionale, non è controllabile.

Sono molti gli scrittori che sono rimasti schiacciati dal loro percorso nella letteratura, dalla loro sensibilità, dal loro muoversi nel mondo attraverso le parole. Amelia Rosselli, Cesare Pavese, Ernest Hemingway, David Foster Wallace, Virginia Woolf che si riempie le tasche di sassi e cammina nelle acque del fiume Ouse senza fare ritorno. La scrittura è un percorso nelle proprie viscere e in quelle della propria nazione, come direbbe Balzac. È la chiamata.

 

O la senti o non la senti, 
e io l’avevo sentita e mi misi quasi a piangere: un suono terribile,
nato dall’aria e dal mare.
Uno scudo e una spada. Allora,
malgrado la paura, mi lasciai andare, avvicinai la guancia
alla guancia della morte.

Autoritratto a vent’anni, Roberto Bolaño

 

Un vecchio filosofo armeno faceva notare in una storia che un poeta non è sinonimo di una persona che vende i propri versi. Un poeta può essere una persona che vende i propri versi, ma le due cose non sono necessariamente collegate.

In questo mese noi di COYE tratteremo il lato più oscuro della scrittura, e forse il suo lato più vivo, presente. Tratteremo la consunzione dello scrittore, l’essere appresso alle idee, l’inadeguatezza al mondo, alla vita, l’ossessione, la morte che gravita attorno ai libri e alla pratica dell’arte.

 

La vera poesia si trova in compagnia di crude nudità, fra tavole che non son di salvezza, fra lacrime non iridate. Sa che ci sono deserti di sabbia e deserti di fango, lucidati a cera, capelli spettinati, mani rugose, vittime fetide, eroi miseri, idioti splendidi, ogni specie di cani, di scope, di fiori tra l’erbe, di fiori sulle tombe. Perché la poesia è nella vita.

La Poesia è contagiosa, Paul Eluard

 

La verità è che l’esercizio della scrittura e della letteratura non ha alcuna regola ed è giusto così. Forse tutto questo discorso si esaurisce su di sé senza andare da nessuna parte. Ma se c’è qualcosa che nei giorni più bui e torbidi mi ravviva, una piccola speranza, è senza ombra di dubbio l’idea che la scrittura non debba essere qualcosa di specifico o avere freni. L’idea che nonostante ciò che se ne possa dire o chiedere, alla fine, si tratti sempre di una ricerca solitaria, perfetta e vacua, un vagare nel buio, come quella notte in macchina tra le campagne, colmo della leggerezza dell’assenza e della presenza piena, un perdersi senza regola né fine preciso se non la chiamata per un modo di stare al mondo. L’idea che se alla fine si scriverà per sé, con cura, ci si ritroverà sempre a ballare in silenzio sul ritmo delle proprie parole, un po’ più vicini o lontani. Angeli blu colpiti dai fulmini.

Filippo Ferraresi – Direttore Editoriale

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