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#La Pelle

Quando, qualche anno fa, sono stato sul punto di scegliere il nome per un progetto teatrale, mi sono ritrovato nello studio della pittrice Corinna Ferrarese. Lì, in quell’insieme di stanze e di energie contenente oscurità e stelle, quadri e incensi, volti e silenzi, io e un mio caro amico attore le abbiamo detto il nome che avevamo scelto per il progetto (qualcosa che c’entrava con le centrali elettriche o la luce o la verità delle cose), e lei ci ha risposto che era un bel nome, certo, ma che non era quello giusto.

“Vi serve una pelle.” aveva detto con una voce leggera, quasi un affettuoso sussurro da oracolo.

Per molto tempo non ho capito che cosa intendesse esattamente, noi abbiamo subito cambiato nome cercando qualcosa di più misterioso e interessante, ma ora credo di intuire con una certa chiarezza. Il nostro nome aveva bisogno di un filtro, un piccolo gioco di specchi o una protezione, tra ciò che volevamo davvero fare e dichiarare e ciò che sarebbe arrivato alle persone.

La pelle è quel qualcosa che preserva e contiene il desiderio. È il punto di contatto tra noi, (voi, me, gli altri), e tutto il resto.

La pelle è persona. Persona, (dal latino persōna e dall’etrusco phersu), significa maschera. La persona è quella maschera che indossiamo per non rimanere feriti dal contatto col mondo. Non una commedia, non un falsare o nascondere, come spesso viene facile pensare quando compare il ritornello dove tutti indossiamo una maschera e via dicendo; ma quella protezione necessaria per dare fiducia, quel gioco del mondo e di sé necessario per arrivare nella maniera più pura e sincera possibile senza rimanere feriti: adattandosi, quindi, all’altro, ascoltandolo, o evitandolo.

La pelle è diversità. Discrimine, paura. La pelle è marchio e segno di un passato e un possibile futuro. Da Black Lives Matter al simbolo di Naked Athena, dai passati più eclatanti e conosciuti alle frasi udite o pronunciate da noi stessi dietro l’angolo di casa, fino alle paure e ai pensieri più profondi che ancora non hanno parola ma hanno azione e conseguenza.

La pelle è donna, schiavizzata in nome del suo essere corpo; ed è uomo schiavizzante, schiavizzante perfino sé stesso.

La pelle è contatto. La separazione dal dentro al fuori. Colei che permette la sensazione, ogni sfumatura del piacere e del dolore. La pelle è la carezza nel buio del cinema, vento gelido neve e tempesta, aria di mare verso il tramonto, puntina da disegno, il calore del sesso o del suo presentimento, il solletico della pioggia, l’inquietudine, l’emozione percorsa sulle parole di una vecchia storia o sulle forme di alcuni visi e ricordi. È la traccia dell’errore e del suo ripetersi.

La pelle è malattia. Fisica, lo sappiamo. Morale, come ne La pelle di Curzio Malaparte, dove la peste che ha colpito Napoli prima ancora di essere una malattia del corpo lo è dello spirito. La corruzione del popolo napoletano e americano nel libro è ancor peggiore e devastante di quella fisica, portando gli uomini e le donne ad autodistruggersi, vendendosi e comprandosi in forme e maniere grottesche, come quando i soldati pagano per una sbirciata di gruppo tra le gambe aperte di una giovanissima ragazza vergine.

La pelle è confine e unione, protezione e chiusura, estetica, arte, forma, desiderio, sofferenza.

Questo mese le nostre rubriche si sono interrogate su questo tema, alla ricerca di una definizione, di un’idea, di un simbolo, una parola, per qualcosa di indefinibile e universale, in grado di generare rivolte e guerre, in grado di attrarci per un profumo o un odore, di farci sperimentare il dolore, la passione, il tempo.

Bentornati,

Comincia il nuovo viaggio.

Questo è COYE.

Filippo Ferraresi – Direttore Editoriale

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