fbpx

Covoni al sole, effetto di Mattino – Claude Monet

Torna, disse. Con una voce piana, come schiacciata da un orizzonte, e uno sguardo che non considerava delusione alcuna. Come se non considerasse che, per farlo, sarebbe dovuta cambiare ogni cosa.

Si dice che ogni storia letteraria sia due storie: lui vuole stare con lei e non ci riesce, lui vuole tornare a casa e non ci riesce (con tutte le circostanziali variazioni di genere). 

In fondo, quindi, si può ridurre il tutto a una sola storia: lui vuole tornare a casa ma non ci riesce.

Forse, quindi, ogni atto letterario è un ritorno. Un tentativo di riepilogo del tempo, di ri-ordine materiale dell’affetto. Forse, non a caso, il passato è il tempo principe della narrazione, (il futuro e il presente non sono altro che esercizi di stile pronti a ricadere nel passato). 

Quando Pereira spiegherà perché si è buttato, da uomo grasso e obeso che è – dopo aver preso un costume intero, di quelli di una volta, che gli coprisse anche la pancia – buttato nell’oceano, tra le onde scintillanti, ed è arrivato fino a una boa, fino ad abbracciarla, si è buttato quindi a nuotare da uomo sportivo che non è, si è buttato oltre sé stesso; spiegherà che non è perché la natura lo attrae ancora alla sua età, ma i ricordi, dirà, sono i ricordi ad attirarlo.

Ma forse dovrei smettere di cianciare.

Direi solo che il ritorno ha bisogno di radici. Senza radici non c’è luogo del ritorno. A volte le radici sono semplicemente il nulla, ma anche del nulla si possono fare infinite precisazioni (che vi risparmio, stavolta). A volte sono architetture, stanze, credenze o comodini, tipologie di cera del legno, venature, calzature dette da vecchi, aliti, parole di famiglia e nomignoli, l’odore della nonna, odore di carne bollita, odore di pelle sudata salata al contatto con tutta la superficie ingorda della lingua, gli occhi rivoltati. A volte solo sensazioni, emozioni. Non si ritorna senza radici. Dove torni hai radici, ecco. Questo ricordalo. Se non lo ricordi – se non apporrai la giusta attenzione – non saprai se stai andando, se stai tornando, ritornando, perché non è solo la direzione che conta, ma dov’è la radice, anche invisibile, dove sta il ricordo e dove la casa (anche sulla casa si potrebbe discutere a lunghissimo, ma fai tu, caro lettore, fai tu, casa e radici non sono esattamente la stessa cosa, ma intanto fai tu.) A volte è distruggere tutto, anche distruggere tutto è una radice – capiamo quali radici recidere, dove s’abbeverano? Acquitrini, rane e spettri, acque intoccate, rilucenti come neri occhi d’asino?

Per ritornare occorrono radici. Quando la ragazza gli chiese di tornare, quando disse torna!, con tutto il suo cielo dorato alle spalle e le aureole di un’apocalisse, chiese anche di essere radice.

Da quando era fuggito dal campo non aveva più avuto notizie di lei. Che gli fosse fedele e lo aspettasse, non dubitava. Che lo aspettasse fino al suo ritorno, non dubitava. Ma che avrebbe smesso di amarlo quando, ritornato, le fosse stato davanti, gli pareva altrettanto certo.

Joseph Roth, Fuga senza fine

Che dovrebbe fare una rivista letteraria? Ricordare (da latino, re- indietro cor- cuore). Riportare al cuore, sede latina della memoria. Forse è il suo mestiere principale, ricordare. Ma non ricordare fatti culturali o le ricorrenze librarie, o le felici reinvenzioni del linguaggio per rimettere a fuoco il tema della vita; ma ricordare a che cosa serve il gesto dello scrivere, essere una nota a piè di pagina necessaria alla prosecuzione del discorso. Ora, ovviamente non siamo in quel caso, ma vediamo di ricordare a cosa serve il gesto della letteratura, che, per coincidenze del caso, il qui scrivente vede un po’ dappertutto.

La letteratura è una faccenda di sguardo. È una capacità di vedere le cose, e per vedere s’intende tutta la rosa dei sensi, una specie di coordinazione dell’occhio e della mente e del cuore, un allenamento per sensibili all’invisibile. 

Occorre ricordare che la letteratura è un’arte fatta col fuoco e con la quiete, ma che in fondo non è davvero un gesto di rottura dello status quo. La rottura dello status quo, l’arte come sovversione, non è – soprattutto nel nostro tempo – altro che il frutto di una retorica pronta a farci sentire a casa per l’ennesima volta. Lo scopo della letteratura è la vita e nient’altro che la vita.

Peter Hamm: a questo proposito mi viene in mente che nei suoi libri l’amore non compare quasi mai.

Thomas Bernhard: Al contrario. In realtà nei miei libri ogni cosa è amore. Perché il mondo è fatto di specchi. Chiunque scriva di odio, o di meschinità, al contempo sta scrivendo dell’amore, è logico. Bisogna saper leggere e cogliere il senso. Oppure saper guardare. 

Una conversazione notturna, Thomas Bernhard e Peter Hamm

Pasolini dice che l’atto più sovversivo – più della sovversione stessa – è una sorta di indifferenza verso il potere, quando il potere è così insignificante per l’individuo da essere depotenziato, tagliando il patto illusorio del potere tra gli uomini. Così, la letteratura. La letteratura è eversione quando è in gran parte indifferenza, ma quell’indifferenza che genera la cura del particolare, che permette di vedere tutto attraverso una lente pura, senza cristalli di pose, mode, influenze, raffreddori. Il pacifico, indifferente, stare del contadino o pastore nelle vastità dello Yemen.

Ricordarsi di ritornare a scrivere per un lettore che ancora non sa di esserlo, per un lettore che attende solamente il disvelamento di qualcosa, l’indicazione di una via. La foga dello studente che cerca un manuale d’istruzioni contro lo stritolamento della vita, contro le insidie dell’ardore e dell’affetto; a cui offriamo non un manuale, ma la semplice, amplificante, presenza della parola di qualcuno. La letteratura, per dirla quasi con Fitzgerald, è la sensazione di non essere soli sulla terra, d’appartenere.

Il tema di Coye, da questo mese, diventa bimestrale. Questo per darci il tempo di indagare più a fondo ogni tema, per cercare una coesione interna, una comunicazione di tutto l’impianto editoriale della rivista per creare un discorso unitario e preciso. Di volta in volta verrà scelto anche un artista del mese che finirà nella copertina di ogni articolo.

In copertina questo mese avremo Claude Monet e la sua serie di quadri “Covoni”.

9Racconti cambia un po’. Dei nove selezionati ne avremo tre, che scelti dalla redazione finiranno su una particolare pagina della rivista, e dei quali verrà anche fatta una versione audio.

Torna, disse lei. Con una voce piana, come schiacciata da un orizzonte, e uno sguardo che non considerava delusione alcuna. Come se non considerasse che, per farlo, sarebbe dovuto cambiare ogni cosa.

La guardai. Forse non sapeva che chiedeva di essere radice. La gente è completamente pazza, pensai. Con tutto quel suo cielo dorato, con tutto il friccicare dell’aria, e le aureole di un’apocalisse alle spalle, un quadro o un avvertimento. La gente è davvero completamente folle.

Non considerava delusione alcuna. Una fiducia che sembrava un oceano.

Sì, risposi. Sì.

Bentornati su Coye.

Filippo Ferraresi – Direttore Editoriale

I Temi precedenti